Alcune esperienze notazionali musicali del periodo medievale condividono numerosi punti di contatto con vari sistemi stenografici. Attraverso una rapida disamina di alcune importanti testimonianze di scrittura musicale del repertorio sacro europeo di età medievale, il contributo intende porre in luce tali convergenze.

La Chiesa Romana d’Occidente possiede tra i suoi patrimoni una serie di sistemi notazionali di antica ascendenza1 provenienti «da tutti i paesi che costituivano la Cristianità Occidentale: dall’Irlanda alla Sicilia, dal Portogallo alle rive della Vistola, a cui si aggiungono i domini latini dell’Oriente»2, le cui tracce si perdono nella notte dei tempi. Sistemi grafico-simbolici giunti a noi attraverso i codici nei quali trovano sintesi repertori, pratiche e culti derivati da uno sviluppo storico-religioso plurisecolare. Nelle scritture musicali si documenta una cristallizzazione liturgico-spirituale ed esse si configurano come una testimonianza efficace dello stratificarsi di funzioni, stili e prassi della pratica liturgica mettendo in luce al contempo differenti livelli di competenza grafo-motoria e percettiva.

La notazione che prenderemo in considerazione in questa sede – ai fini della rilevazione di punti di contatto e di convergenze funzionali rispetto ai sistemi stenografici – è quella cosiddetta ‘neumatica’ ovvero quella costituita da «segni che dal IX al XIII secolo costituirono la scrittura musicale»3.

La notazione neumatica rappresenta la prima esperienza pratica di scrittura musicale dell’Europa Occidentale. Essa nasce dalla tradizione orale, a supporto della diffusione in Gallia ed in Europa del nuovo canto liturgico, il Gregoriano, composto sulla rielaborazione delle tradizioni liturgico-musicali, la romana e la gallicana, ad opera dei musici di Carlomagno.4

La ricchezza di questi sistemi notazionali ha condotto gli studiosi a una loro organizzazione in ‘famiglie neumatiche’ riconducibili a varie aree territoriali d’Europa, che presentano al loro interno delle forme grafiche differenziate: acquitana, bretone, catalana, germanica, metense (o lorenese), notazione del nord della Francia e normanna, notazione primitiva del Nord Italia, sangallese, ecc. 5

Tali notazioni ebbero un certo sviluppo negli ultimi tre secoli del primo millennio differenziandosi dal punto di vista grafico anche se i costituenti essenziali dei sistemi erano sostanzialmente i medesimi: frammenti di linee, punti, virgole, ecc. aventi varia direzionalità (ascendenti, discendenti, diagonali, verticali), grandezza, angolatura e spessore.

Esse ci presentano un’ampia gamma di stili scrittori derivati da estetiche e funzionalità differenti, da strumenti e tecnologie scrittorie in progressivo affinamento (dall’uso di punte acuminate alle prime ‘penne’) e da pratiche di scrittura diverse (modalità di impugnatura della penna, superfici, ecc.)6.

Figura 1 – Frammento dell’Antiphona ad Introitum «Dilexisti iustitiam».
Fonte: Einsiedeln, Stiftsbibliothek, Codex 121 (1151); Graduale Triplex 498,1

Varie le teorie esistenti sull’origine di questi segni. Una prima teoria li ricollega ai segni ecfonetici bizantini ovvero a dei «segni aggiunti al testo sacro per facilitarne la cantillazione»7 che venivano inseriti sul testo onde consentirne la proclamazione al popolo utilizzando formule di intonazione ed espressive consolidate8. Una seconda teoria li riconduce invece a segni in uso nella religione ebraica, impiegati come supporto alla memoria per richiamare formule melodico-espressive proprie della recitazione dei salmi. Infine un’altra e piuttosto diffusa teoria riconduce la notazione neumatica ai segni e/o agli accenti grammaticali (accenti, apostrofo, ecc.)9

Alcune di queste notazioni neumatiche trovarono nella figura di Marco Tullio Tirone, segretario privato di Cicerone, e nel suo sistema tachigrafico illuminanti spunti tanto che mutuarono da esso vari elementi grafici (aggiunta di punti al segno principale, deformazione di lettere, incrociamento, interruzione o fusione dei segni, ecc.) e abbreviazioni10.

Ciò avvenne in particolare nella notazione lorenese/metense11 come risulta nel codice denominato Laon 23912 laddove le note tironiane si fondono con la scrittura minuscola carolina e con neumi propriamente musicali per fornire all’esecutore (cantore, direttore o copista) informazioni di natura melodica.

Il risultato grafico di questa fusione fu una scrittura musicale concisa e compatta che permetteva «di risparmiare spazio, tempo e pergamena costosa»13 stimolando l’attenzione del lettore e senza affaticarne la vista. Ulteriore perfezionamento delle scritture musicali si ebbe poi con l’adozione di vari segni di abbreviazione – ricavati «dalla scrittura libraria o dalla corsiva»14 – introdotti da monaci di origine irlandese i quali, probabilmente, conoscevano ulteriori note tironiane allora sconosciute alla maggioranza dei monaci europei continentali.

I sistemi neumatici svolgevano le funzioni di supporto alla memoria e di trasmissione spazio-temporale di informazioni (ritmiche, melodiche, ecc.) utili in sede esecutiva liturgico-musicale. I volumi che raccoglievano questi brani musicali erano redatti da amanuensi molto capaci, forniti di ampie competenze quanto a stilistica scrittoria, tecnica libraria e redazionale con una particolare attenzione alla razionalizzazione ed economizzazione dello spazio.

Numerose le analogie funzionali, strutturali ed estetiche tra le notazioni neumatiche e i sistemi stenografici moderni ovvero con quell’«arte di scrivere»15 nella quale «la velocità della mano»16 è «pari a quella del suono della voce»17. In entrambi i casi l’elemento grafico – avente preminente funzione comunicativa – si struttura a partire dal suono della parola che ne è «il costitutivo essenziale»18 e ambedue configurano il grafema come una «mediazione simbolica»19 all’interno della triade parola-suono-segno20.

Il segno stenografico e quello musicale sono infatti la rappresentazione grafica, su superfici piane, di un ‘evento sonoro’ quasi sempre vocale: segni fluidi, scorrevoli e compatti realizzati per tradurre e valorizzare efficacemente (e rapidamente) le caratteristiche fonetiche (con particolare attenzione alle articolazioni sillabile e verbali), grammaticali e idiomatiche proprie di ogni linguaggio.

I sistemi stenografici si alimentano anch’essi di quelle stesse componenti grafiche che sono il proprium delle notazioni musicali neumatiche: elementi geometrici (frammenti di linee rette, curve, punti, trattini, ecc. con vario ispessimento, direzionalità spaziale, deformazione, allungamento/accorciamento) ed elementi corsivi (litterae aventi vario posizionamento, inclinazione, ecc.) variamente spazializzati all’interno della pagina.

La combinazione delle varie componenti grafiche – unite a specifiche abbreviazioni – sono quindi compresenti nelle varie notazioni musicali così come nei vari sistemi stenografici rappresentando due volti di processualità umane similari, di antica ascendenza e parallele, volte a soddisfare quell’eterno bisogno dell’uomo di comunicare, trasmettere, documentare21.


1 Cfr. Jean-Baptiste Thibaut, Origine Byzantine de la notation neumatique de l’église latine, Hildesheim-New York, Olms, 1975, pp. 5-7.
2 Jacques Hourlier, La notation musicale des chants liturgiques latins presentee par les moines de Solesmes [La notazione musicale dei canti liturgici latini], edizione italiana a cura di Dario De Cicco, Solesmes, Abbaye Saint Pierre, 1996, p. 3.
3 Massimo Lattanzi, Fulvio Rampi, Manuale di canto gregoriano, Cremona, Turris, 1998, p. 28.
4 Alberto Turco, ‘La scrittura musicale del nuovo canto dalla ‘parola’ – testo e melodia – alla notaziona neumatica’, in: , Signum sapientiae, Sapientia signi. Studi in onore di Nino Albarosa, a cura di Giovanni Conti, Lugano, Quilisma Press, 2005, p. 129.
5 Ivi, p. 50.
6 Numerose testimonianze codicistiche sono ora disponibili alla libera consultazione on-line. A titolo esemplificativo segnaliamo: notazione sangallese (www.e-codices.unifr.ch), ecc.
7 Massimo Lattanzi, Fulvio Rampi, Manuale di canto gregoriano, Cremona, Turris, 1998, p. 46.
8 Cfr. J.B. Thibaut, Origine Byzantine de la notation neumatique de l’église latine, p. 5.
9 Ivi, pp. 5-6; A. Turco, ‘La scrittura musicale del nuovo canto dalla ‘parola’ – testo e melodia – alla notaziona neumatica’, in: , Signum sapientiae, Sapientia signi. Studi in onore di Nino Albarosa, p. 130. Cfr. Storia della punteggiatura in Europa, a cura di Bice Mortara Garavelli, Roma-Bari, Laterza, 2008.
10 Il sistema tachigrafico attribuito a Tirone consta di 12.000 note, 300 sillabe iniziali e 600 desinenze. Supporto di scrittura erano tavolette ricoperte di cera che venivano incise per mezzo di punta metallica o in avorio. Il sistema restò in uso fino alla fine del V secolo d.c. Circa l’origine del sistema secondo alcuni studiosi non è da ricondurre a Tirone in quanto esso risultava in uso dalle epoche precedenti, presso i contesti forensi e notarili romani. Joseph Kohlhäufl, ‘Le note tironiane in Laon 239’, in: Luigi Agustoni, Johannes Berchmans Göschl, Introduzione all’interpretazione del canto gregoriano, Roma, Torre d’Orfeo, 1998, I, p. 241; J.B. Thibaut, Origine Byzantine de la notation neumatique de l’église latine, p. 5. Cfr. Pietro Luigi Datta, Lezioni di paleografia e di critica diplomatica sui documenti della monarchia di Savoia, Torino, Pomba, 1834, p. 51; Le pergamene greche esistenti nel Grande Archivio di Palermo tradotte e illustrate da Giuseppe Spata, Palermo, Clamis e Roberti, 1862, pp. 135-136.
11 J. Kohlhäufl, ‘Le note tironiane in Laon 239’, in: L. Agustoni, J. B. Göschl, Introduzione all’interpretazione del canto gregoriano, Roma, Torre d’Orfeo, 1998, I, pp. 237-255; M. Lattanzi, F. Rampi, Manuale di canto gregoriano, pp. 191-192. Cfr. Commentarii notarum tironianarum, laddove le ‘note tironiane’ sono sono ‘tradotte’ nei sistemi di scrittura moderni. Il ‘metodo tachigrafico’ di Tirone si diffuse ampiamente (a livello europeo) in epoca medievale attraverso la trasmissione – presso le scuole annesse alle abbazie – di eserciziari finalizzati all’apprendimento dei segni.
12 Il codice denominato Laon 239 è così chiamato dal nome della diocesi francese di elaborazione. Esso «rappresenta il più antico e, al tempo stesso, famoso manoscritto di tale ambito, riconosciuto in tutte le specifiche pubblicazioni quale modello tout court della scrittura metense» J. Kohlhäufl, ‘Le note tironiane in Laon 239’, in: L. Agustoni, J. B. Göschl, Introduzione all’interpretazione del canto gregoriano, Roma, Torre d’Orfeo, 1998, I, p. 239. On-line: http://manuscrit.ville-laon.fr/_app/index.php?type_recherche=cote&choix_secondaire=Ms%20239&tri
13 J. Kohlhäufl, ‘Le note tironiane in Laon 239’, in: L. Agustoni, J. B. Göschl, Introduzione all’interpretazione del canto gregoriano, Roma, Torre d’Orfeo, 1998, I, p. 239.
14 Ivi, I, p. 240.
15 Pietro Vittanovich, La Stenografia. Discorso letto il di 16 aprile 1871 nella sala dell’Accademia Olimpica di Vicenza per l’inaugurazione della scuola di Stenografia, Vicenza, Paroni, 1871, p. 6.
16 Ibidem.
17 Ibidem.
18 L. Agustoni, J. B. Göschl, Introduzione all’interpretazione del canto gregoriano, Roma, Torre d’Orfeo, 1998, I, p. 27.
19 Ibidem.
20 Luigi Agustoni, ‘Parola e neuma. Dati fondamentali per l’interpretazione gregoriana’, in: L’interpretazione del canto gregoriano oggi (Atti del Convegno Internazionale di Canto Gregoriano, Arezzo 26-27 agosto 1983), a cura di Domenico Cieri, Roma, 1984, pp. 21-44.
21 Ippolito Prévost, Stenografia musicale. Arte di seguire l’Esecuzione Musicale scrivendo, Paris, Duverger, 1833; Nuovo sistema di stenografia italiana e francese e nuovo meccanismo per la stenografia musicale del P. Lodovico Roletti Domenicano ad uso massimamente della studiosa gioventù, Alessandria, Tipografia Luigi Capriolo, 1853.

Notazioni e stenografia: punti di contatto e analogie di Dario De Cicco

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